Il 12 settembre 1919, Gabriele d’Annunzio si trova a Venezia, febbricitante e ormai cinquantenne ad attenderlo sulla terraferma c’è una Fiat 511, a bordo oltre all’autista, c’è uno dei giurati di Ronchi e il già famoso Guido Keller. A Ronchi, i congiurati attendono l’arrivo del loro comandante. A mezzanotte però i camion che sarebbero dovuti servire a raggiungere Fiume non sono ancora arrivati. Il poeta riposa su un letto di fortuna nell’attesa della partenza. Keller insieme a Tommaso Beltrami decide che è arrivato il momento di agire: escono alla ricerca dei camion che servono per entrare a Fiume, per dare vita a quel episodio ormai passato alla storia come “Santa Entrata”. Qualche ora dopo, come per miracolo, una trentina di autocarri 15 Ter attendono nel piazzale pronti a partire.

Quando la colonna si mette in marcia la notte si avvia alla conclusione e lentamente l’alba compare nel cielo. Inizialmente sono solo centoottantasette. La prima opposizione che la colonna incontra è a Castelnuovo. Vengono circondati da un gruppo di bersaglieri, d’Annunzio scende e comincia a parlamentare con i militari, pochi minuti dopo, tra grida di entusiasmo, i bersaglieri si uniscono alla colonna e proseguono verso Fiume. Raggiunto lo sbarramento di Cantrida i ribelli incontrano i reparti d’assalto, il loro comandante Raffaele Repetto, nonostante l’ordine ricevuto dal generale Pittaluga di fermare d’Annunzio, appena lo avvista corre invece ad abbracciarlo, in un attimo gli Arditi salgono sull’autocarro e si uniscono alla colonna.

Alla sbarra di confine si trova lo stesso generale Pittaluga determinato a fermare ad ogni costo la colonna ribelle ormai ricca di uomini. Il Generale si avvicina immediatamente a d’Annunzio e lo intima di tornare indietro, di rovinare l’Italia, di credersi onnipotente. Il Poeta allora preso da uno slancio eroico apre la giacca e mostra con orgoglio il suo nastrino azzurro su cui si trovano le medaglie al valore guadagnate durante la Guerra, tra cui la più importante e significativa, la medaglia dei Mutilati di guerra: “Sparate su queste medaglie, avanti” così d’Annunzio intima al Generale. Incantato dal gesto Pittaluga, sedotto anche lui da quel sentimento avventuroso del mondo, replica citando suo padre e suo nonno entrambi garibaldini. In quel momento la storia fa il suo corso, e il sentimento patriottico accompagna ancora una volta la marcia su Fiume. Le autoblindo accelerano e la barra di confine si riduce in schegge.

L’esercito di legionari dannunziani entra a Fiume alle undici del mattino, accolti da una folla in tripudio e dalle donne di Fiume che, indossati i loro abiti più belli, si offrono ai liberatori. Dai tetti piovono foglie di alloro. Il Poeta entra in città senza sparare un colpo. E’ il momento della “Santa Entrata”, e’ il momento in cui i giurati di Ronchi conquistano Fiume.

Subito d’Annunzio corre all’Hotel Europa per riposare, la febbre si fa sentire.

Viene svegliato da Guido Keller che gli comunica un’ inaspettata notizia. Il Consiglio cittadino di Fiume, guidato dal presidente Antonio Grossich, ha deciso di affidare il ruolo di Governatore della città al Poeta.

Alle sei in punto, ancora molto provato dalla febbre e dalla marcia, d’Annunzio scortato da un gruppo di Arditi raggiunge il Palazzo del Governatore. Sotto di lui la piazza è colma di persone in festa. Tutti lo vogliono abbracciare, tutti vogliono baciarlo. Una volta raggiunto il balcone, la scena indimenticabile che gli si presenta davanti, lo fa rivivere, gli dona nuova forza. D’Annunzio inizia il suo discorso alla folla:

Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume oggi è il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità e questa è Fiume! Vi è un solo amore e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo a un mare di abiezione.

Detto questo ha inizio la cerimonia: d’Annunzio prende dal suo zaino di fanteria, dove era custodita, la bandiera tricolore di Giovanni Randaccio e la srotola sul Palazzo del Governatore. La bandiera è già una reliquia. E’ l’apice della teatralizzazione tipica del Poeta. Fa una cosa mai vista prima da quel balcone, simbolo del potere dell’Impero austro-ungarico, si rivolge direttamente al popolo, alla folla:

Confermate, voi, davanti alla bandiera del Timavo, il vostro voto del 30 ottobre?

Nessun oratore, fino a quel giorno, si era direttamente rivolto all’uditorio. D’Annunzio aveva ammesso il popolo a partecipare al Regno. La folla fiumana in delirio urla tre volte “Si!”. Così Gabriele d’Annunzio proclama l’annessione di Fiume all’Italia. Il voto del Campidoglio è sciolto. Il Poeta in quattro mesi è riuscito a mantenere la promessa. Fiume è Italiana.

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