25 aprile 1919:Il discorso di San Marco

25/04/1919

Aprile 1919. Sono passati due mesi dall’inizio della Conferenza internazionale di Versailles, convocata dalle potenze vincitrici della Grande Guerra per decidere i nuovi assetti del mondo. Gli Stati Uniti promuovono il principio di nazionalità: ogni nazione avrà corrispondenti alla propria lingua e alla propria cultura.
L’Italia partecipa alla conferenza della pace convinta di poter ottenere tutte le terre per cui ha combattuto, presentando la Grande Guerra come la fine del Risorgimento.
Gli alleati riconoscono all’Italia l’annessione delle terre di cultura italiana come il Trentino, la Venezia-Giulia e l’Istria, ma non tutti sono soddisfatti.
Irredentisti intransigenti,molti combattenti e nazionalisti credono che l’Italia debba annettere la Dalmazia, una terra di confine dove antiche minoranze italiane sopravvivono in una terra croata. Ma la costa dalmata non è la sola terra contesa tra l’Italia vincitrice e il nuovo regno di Jugoslavia.
Anche la città di Fiume è contesa. Antico municipio di lingua italiana incastonato tra Istria e Dalmazia, è salita alla ribalta del dibattito internazionale quando, il 30 ottobre 1918, ha chiesto di essere annessa all’Italia.
Nella primavera 1919 l’Italia è travolta dalla mobilitazione irredentista per l’annessione di Fiume e Dalmazia. La guida della nuova campagna è Gabriele d’Annunzio.
Il poeta eroe di guerra pronuncia il suo primo discorso irredentista in un luogo e in un giorno significativi.
Il luogo è Venezia, l’antica dominatrice dell’Adriatico. Il giorno è il 25 aprile, giorno di San Marco, quando la piazza omonima è gremita. Gabriele d’Annunzio, si affaccia alla loggetta del Sansovino e pronuncia ai veneziani il suo primo discorso alla folla dopo la guerra. Sarà il suo primo atto di “Comandante” della campagna irredentista.
“Non è più tempo di parole. Abbiamo fatto troppo sperpero di eloquenza, da che stiamo con l’armi al piede. Se le parole sono femmine e se i fatti sono maschi, oggi ogni combattente riprende il suo posto, ogni cittadino tiene il suo, in silenzio; e pronti.
Le bandiere sono silenziose, finché il nembo della battaglia non le investa. Questa bandiera di Fiume non parla ma comanda: dal fondo dei secoli comanda al futuro, come il gesto di quel condottiero che è ritornato, come il bronzo di Alessandro del Cavallo. È immobile come un’armatura. Ha per asta la volontà, tutta la volontà del popolo libero. Non garrirà se non alla cima della nostra gioia, domani.
San Marco, il nostro San Marco, ardito e savio, quando credeva giunto il tempo di troncare la facondia dei suoi ambasciatori, chiudeva il libro. Imitando finalmente il patrono leonino, i nostri Capi, su la tavola dei bari, sul banco dei barattieri, hanno chiuso il libro. L’hanno chiuso alla pagina della falsità e della menzogna. Lode a loro!
Oggi su tutte le porte marine delle città dalmatiche, su tutte le mura dell’ardentissima Fiume, è il Libro chiuso. Se lo riapriremo, lo riapriremo alla pagina dov’è scritto col sangue del Montello, col sangue di Vittorio Veneto, come sopra la porta di Rovigno: VICTORIA TIBI, MARCE, VICTORIA TIBI INTEGRA, ITALIA.
Una sola domanda è da rivolgere a questa Italia ingigantita in una notte come quei vasti fiori che scoppiano nella notte con violenta magnificenza. Per difendere il tuo diritto e per preservare il patto dei tuoi morti, sei pronta a ricombattere?
Giunga da Venezia a Roma il grido dalmatico: ‘Ti con nu, nu con ti!’ Giunga da Venezia a Fiume, a Zara, a Sebenico, a Traù, a Spalato, a Ragusa, a Cattaro. Sollevi tutte le onde dell’Adriatico.
Viva San Marco!”

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