Harukichi Shimoi

Durante l’occupazione dannunziana la città di Fiume fu frequentata dalle più svariate personalità, tra tutte una delle più interessanti è sicuramente quella del giapponese Harukichi Shimoi.

Ma per quale motivo troviamo un giapponese a Fiume? Per rispondere a questa domanda è bene prima capire perché un giapponese si trovi in Italia nelle prime due decadi del ‘900. Nato nel 1883 a Fukuoka, Harukichi Shimoi comincia ben presto a sognare la Penisola. Appassionato lettore e studioso di Dante Alighieri, il giapponese si trasferisce a Napoli nel 1915, inizialmente per approfondire i suoi studi sul Poeta e poi, quando compie 32 anni, sostituisce il suo connazionale Shimotomai come lettore di giapponese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nella città partenopea Shimoi ha la fortuna di conoscere un giovane Gherardo Marone, direttore della rivista “La Diana”, attraverso il quale incontra molti intellettuali del tempo tra cui, per citarne alcuni, Croce e Jenco. Insieme a Marone, Harukichi riesce a pubblicare, anche in virtù dell’amore di entrambi per la poesia, una raccolta di opere del giapponese Yosano Akiko contribuendo così alla diffusione dell’arte poetica nipponica nel Bel Paese. Dopo questa prima pubblicazione Shimoi traduce numerosi altri classici di autori giapponesi nella nostra lingua che pubblica su “Sakura”, una rivista che nasce a Napoli e contribuisce, seppur modestamente, a diffondere la cultura nipponica in Italia.

 Il giapponese però non è solo uomo di lettere, infatti il clima che stava creandosi in Europa e la probabile entrata in guerra dell’Italia smuovono qualcosa nel suo animo che lo porta a vedere il conflitto come una possibile svolta della sua tensione estetizzante e guerriera verso la vita.

Shimoi non perde l’occasione di partecipare alla guerra, inizialmente come corrispondente al fronte, poi persino in prima linea. Nel 1917 troviamo il poeta giapponese come volontario tra le file degli Arditi ai quali, secondo alcuni racconti, cercò di trasmettere l’arte e la disciplina del karatè. Shimoi partecipa e vive attivamente quindi le battute finali del grande conflitto mondiale pubblicando, a guerra conclusa, un libro di memorie (La guerra italiana) in cui sono riportate anche le lettere che il giapponese spediva dal fronte.

È proprio in questo ambiente che avviene l’incontro con Gabriele d’Annunzio a cui si legherà con una profonda amicizia.

Il poeta pescarese era, sin dalla giovinezza, un fervido appassionato delle cose del Giappone ma crescendo questa passione si stava sempre più attenuando tanto che d’Annunzio ricorda la sua gioventù e il suo rapporto con il Giappone in maniera conflittuale:

Il Giappone è un paese che odio e che amo nello stesso tempo. Tutti i ricordi della mia giovinezza, quelli piacevoli e quelli tristi, sono legati al Giappone. Da giovane scrivevo romanzi; intorno ai vent’anni ne scrivevo tanti, perciò non avevo problemi di soldi. In quel periodo ho speso tanti soldi e, come tutti sanno, li ho spesi per comprare oggetti giapponesi.

Appena vedevo un oggetto davanti ad un antiquario correvo subito a comprarlo, senza preoccuparmi del prezzo e mi dava grande gioia. Ma, alla fine, quando mi sono ritrovato pieno di debiti è stato molto triste (…).

Anche per questo l’incontro con l’amico giapponese assume un significato particolare: d’Annunzio si lega a questa persona che è il ricordo vivente della sua passione per le cose del Sol Levante e viceversa Shimoi si lega all’abruzzese perché rappresenta concretamente l’ideale del “poeta guerriero” a cui aspira.

Finita la Guerra il rapporto con d’Annunzio si fa sempre più intenso tanto che subito dopo il conflitto Shimoi seguirà il Vate nell’impresa fiumana convinto anche lui, nella maniera più assoluta, a difendere la città “fino alla morte”.

Durante gli anni dell’occupazione fiumana Shimoi si occupa di mantenere i rapporti tra Fiume e Venezia oltrepassando la linea di blocco, eludendo i controlli in virtù della sua nazionalità. Ma Shimoi nella città del Carnaro non fa solo questo, anzi egli anima e aggiunge qualcosa, come tutti, all’esperienza fiumana. Il giapponese passerà molto tempo con il Comandante, riuscendo a riportare così episodi e curiosità che sarebbero potuti passare inosservati altrimenti.

Gli episodi di cui Shimoi racconta sono scene di vita quotidiana nella città occupata. Un luogo, fucina di idee e di stranezze che tutt’oggi affascinano e creano un immaginario particolare intorno all’Impresa. Un immaginario che il Vittoriale si propone di restituire alla memoria collettiva anche attraverso unicità ritrovabili solo nel contesto della città di Fiume occupata.

I racconti di Shimoi sono utili anche per ricostruire, nel contesto fiumano, le particolarità del Comandante, per curiosità ne riportiamo alcuni episodi:

Verso la fine dell’autunno del 1919, durante l’assedio di Fiume, una sera dopo cena, mentre prendevamo tutti insieme il caffè, ad un certo punto d’Annunzio, che era seduto su una sedia alla mia destra, «Scimoi!» mi chiamò a voce bassa. «Che c’è?» risposi io. E lui, facendomi cenno con gli occhi di parlare piano, mi bisbigliò velocemente all’orecchio: «Alzati in piedi e con voce chiara affila dieci, venti parole giapponesi, dì quello che ti pare: buongiorno, arrivederci, grazie. Vedrai che farò sbalordire tutti.»

Sul momento non capii di cosa si trattasse, ma feci come mi aveva detto e mi alzai. Allora lui fece questo annuncio: «Ascoltate tutti! Ora Scimoi reciterà alcune poesie giapponesi e io le tradurrò in italiano».

E io, capito il gioco, cominciai: «Irohanihohe…. Chishin puipui… oni wa soto, fuku wa uchi.. soriya kikoemasenu dembei…»

Da questo momento, con estrema gioia per d’Annunzio, si sparge la voce che egli sia un ottimo conoscitore del giapponese e lui, divertito, ripeteva il gioco spesso la sera.

Questi racconti del “samurai di Fiume”, come Shimoi veniva chiamato, contribuiscono a ricreare quell’atmosfera unica che si era formata introno all’esperienza fiumana, un’atmosfera di gioia e poesia, particolare nel suo genere, che si consumava all’interno della città adriatica rendendola una vera e propria «città di Vita».

Il poeta giapponese, oltre ad essere legato alla figura di d’Annunzio come Comandante, era anche profondamente affascinato dalla sua figura di poeta: alla morte del Vate Shimoi, tornato in Giappone, scrive un commovente articolo per ricordarlo:

piccolo di statura, magro, il viso ovale sempre con il sorriso. Calvo, con la testa lucida, piegata leggermente in avanti, con la voce dolce e argentina […] Come da una sorgente, dalla sua bocca zampillano bellissime poesie, il tono della sua voce è come quello di una fanciulla che parla arrossendo. […]

In lui c’è sempre “un unico sentimento puro di poesia”, sia quando, brandendo la spada, combatte ovunque, in terra, in mare e in aria; sia quando siede a mensa con i giovani ufficiali chiacchierando con la sua voce argentina, sia ancora quando, prendendo il tè con gli amici, si abbandona a conversazioni ricche di humour. In altre parole egli è un vero poeta. Ogni sua parola, ogni sua azione è uno zampillare di poesia: se viene espresso con la scrittura diventa poesia, romanzo, teatro; se viene espresso con la spada diviene Beffa di Buccari, Volo su Vienna, Impresa di Fiume.

Era veramente un uomo che viveva solo per la poesia.

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