L’articolo in difesa del poeta pubblicato su List di Marco Sechi

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Il grande D’Annunzio e i piccoli gendarmi della memoria

La protesta a Trieste per le celebrazioni il centenario dell’impresa di Fiume, la storia ancora una volta bruciata dalla fiamma della propaganda. Una breve indagine di Marco Patricelli sul fascismo del Vate (che chiamò Hitler “Attila imbianchino”) e il totalitarismo del politicamente ignorante

di Marco Patricelli

Da ragazzini ci faceva sorridere un fantasma delle barzellette, Formaggino, che tutti sapevano non esistere. Oggi altri fantasmi si aggirano da nord a sud della Penisola, su cui non c’è niente da ridere ma, come Formaggino, sono altrettanto inesistenti: i fantasmi del fascismo evocati per giustificare l’antifascismo militante, che altrimenti non avrebbe senso e dovrebbe sciogliersi per inesistenza dell’oggetto.

E poiché gli spettri ogni tanto occorre evocarli nelle sedute con i medium e attraverso i mass media, ecco che nel centenario dell’Impresa di Fiume – che segue il centenario del Volo su Vienna e che anticiperà il centenario della fine dell’Impresa di Fiume in attesa del centenario della Marcia su Roma – a sinistra s’ode uno squillo (stonato) e ancora a sinistra risponde uno squillo. D’allarme, neanche a dirlo, addirittura per la celebrazione del pericolosissimo sovversivo protofascista Gabriele d’Annunzio da Pescara (1863-1936), di professione poeta, soldato per hobby e persino rivoluzionario, riuscito e mancato nello stesso tempo: personaggio inimitabile, che fece della propria vita un topos letterario, tra Marte e Venere, di tutto di più.

A Trieste, estremo lembo orientale di un’Italia sempre più annaspante nella propria storia, nella quale viene tenuta a testa in giù dalla malapolitica ideologica, dopo la mostra sul Vate arriva anche una celebrazione in tre dimensioni, che fa subito insorgere i gendarmi della memoria (ovviamente la loro, dalla prospettiva abbastanza limitata e miope), non quella condivisa della storia e della storicizzazione. Nella città alabardata quella statua non s’ha da fare. Perché mai? Perché d’Annunzio era fascista. E chi lo dice? Gli antifascisti in servizio permanente effettivo, di guardia al bidone di benzina che deve alimentare la fiamma della propaganda, perché se si spegnesse lascerebbe una voluta di fumo destinata a svaporare nel nulla. Non svaporano invece le cortine di fumo alimentate da un’ideologia povera di idee, ma ricca di inventiva sui luoghi comuni.

La favola di d’Annunzio fascista, come il fantasma Formaggino, viene rispalmata generazionalmente con uno stile impeccabile nel nascondere ad arte l’ignoranza dei fatti e raccontarli a uso e consumo di chi ci specula sopra per qualche voto in più o in meno. È stata avviata persino una raccolta di firme per impedire l’omaggio al Poeta del pensiero e dell’azione, che si improvvisò Capo di Stato, creò a Fiume qualcosa di inaudito e una costituzione, la Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che fa impallidire i sepolcri imbiancati della contemporaneità per lo slancio di modernismo e di anticipo dei tempi (altro che decadente e rétro!). E il Vate pescarese sarebbe il dittatore che aprì la strada alla dittatura del giornalista di Predappio? Di vero c’è che il fascismo mussoliniano si impadronì delle creazioni dell’Imaginifico, come il discorso dal balcone, i motti, il decisionismo, la teatralità del gesto, ricalcando la marcia su Fiume con la marcia su Roma. Questo basta e avanza, secondo alcuni, per mettere il bollino di scarto sulla patente di indegnità persino a una statua a d’Annunzio, addirittura evocando un’offesa agli elementi dell’ebraismo (ma che c’entra?) nella città più cosmopolita dell’Adriatico. Proprio la stessa, allora porto dell’Impero asburgico, che l’ultracinquantenne arruolato sorvolò arditamente il 7 agosto 1915 per lanciare manifestini nei quali esortava i triestini irredenti ad attendere con fiducia l’arrivo dei fratelli italiani come liberatori: «Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio». Replicò il 20 settembre su Trento.

Giordano Bruno Guerri, anima cultural-promozionale del Vittoriale e del dannunzismo, nonché autore di una ponderosa rilettura dell’impresa fiumana, ha messo nero su bianco la miriade di motivi per cui l’endiadi d’Annunzio-fascista è una balla vera e propria, senza se e senza ma, eppure sembra non bastare. Le sue iniziative della mostra e della statua a Trieste sono state accolte infatti con la solita paccottiglia partitico-ideologica stantia, ammuffita, che dovrebbe essere da tempo decomposta, eppure sempre pronta a rigenerarsi e conquistare chi non vuol sapere e non vuol vedere nelle pagine della storia. E della letteratura, come nel caso del Vate. Joseph Goebbels, potente ministro della propaganda del Reich e una delle anime nere del nazismo, alla scomparsa di d’Annunzio annotò sul suo Diario che l’Italia piangeva la morte del poeta-mito, ma che la Germania non aveva proprio alcun motivo per dolersene: il pescarese aveva definito Hitler «Attila imbianchino» e «Charlot dei nibelunghi», tanto per essere delicato, e la sua avversione per tutto quello che rappresentava la croce uncinata non era un mistero.

Strana Italia che ha perdonato tutti o quasi tutti i compromessi col fascismo in carne e ossa, da Marconi a Pirandello, dai firmatari del Manifesto della razza ai profittatori del “tengo famiglia” fino ai riverginati con le abiure, ma che si ostina a evocare fantasmi e ad agitare l’ostracismo a una statua di uno degli italiani più noti in tutto il mondo. Non a caso, e certamente non perché fosse fascista.

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